La Casa di Idovi

Fra le case che abbiamo costruito, quella di Idovi è la più piccola, ed è anche quella che amo di più. Sta lì, incastonata nel porto, appena rialzata, come una ragazza intenta in un’attesa. Idovi è un’anziana sola. Le abbiamo dato precedenza perché la sua casa era crollata. In diversi del clan del prete ci avevano sfidato sul suo caso.

Da quando abbiamo consegnato non ho più avuto modo di incontrarla, al punto di dubitare che fosse emigrata, domandarmi se sia stato giusto aiutarla.

Porta socchiusa. Mi affaccio. C’è. È in casa, nella semioscurità. È seduta in terra. Le due stanzette nuove le hanno dato modo di riprendere la vita interrotta, nella quale commerciava frutta e carbonella. Così il primo vano il pavimento è stato coperto da alcuni quintali di mango ancora verdi. Idovi li curerà, estraendo man mano quelli maturati. Li venderà alle marchande di passaggio.

Nella seconda c’è il suo giaciglio: una coperta in terra, ad ammorbidire il cemento, senza cuscino, ricoperta di un lenzuolo bianchissimo. Ho dormito per mesi così. Ci si abitua. Alla fine diventa comodo, al punto da disdegnare i materassi.

– Allora, Idovi. Ti piace la tua nuova casa?
– È bellissima, Anouch!
– Il tetto è stato chiuso bene?
– Sì.
– Sicura che non piove dentro?
– No Anouch, per niente!

Idovi ha occhi giovani, che guizzano. Mi ricorda mamma Clotilde.

– Vieni! Voglio darti un bel carico di mango!
– Aspetta. Scelgo io!

Sono grossi. Ne tasto e soppeso qualcuno.

– Prendo questo, questo …
– Prendine una borsa!
– Idovi, questi due bastano.
– …
– Ho fatto un buon affare. In cambio di una casa, non uno, ma due manghi!

Fosse necessario, ma non lo è, Idovi non potrebbe mai sdebitarsi. Il molo echeggia il ridere di noi due anziani, complici nello sforzo di sopravvivere.